Wednesday, September 06, 2017

Tra Abruzzo e Marche.

Sagra del cinghiale
Naturalmente a Fossacesia
Sagra della triglia e del pesce fritto
Festa degli arrosticini - Centro Commerciale Universo
Sagra del pesto casolano, dell'anguilla e del baccalà
Sagra degli arrosticini e del formaggio pecorino
45° sagra della porchetta italica
Sagra di Torano Nuovo
Abruzzo Irish Festival
Templaria Festival
Saga del porcino e del cinghiale

Abbuffata di pesce
Pranzo spettacolo di ferragosto
Festa popolare via dei Tigli 
Palio del barone
Eros adriatica
Sagra del porcino e del cinghiale
Porcofestival
Città Medioevo - Carnevale
Maialata in piazza
Sagra del cinghiale 
Sagra delle pappardelle di farro al ragù di cinghiale e... Stinco di maiale
Sagra de lu bucculotte cu lu crastate 
Sagra della salsiccia alla brace
Festival pizza DOC napoletana - Fermo
Festival del peperoncino
Festa del vino

Sagra de la respella 
Sagra delle cozze
Sagra delle lumache nostrane e spiedini (abbinata alla sagra del coniglio alla cacciatora)
Montagne di birra
Sagra dei maccheroncini di Campofilone
Sagra della polenta con le vongole 
Sagra delle frittelle
Sagra della cacciannanz e pennette s. Andrea 
Sagra degli gnocchi
Sagra delle tagliatelle alla boscaiola 


Sagra dello gnocco e del pesce fritto salsicce e braciole
Sagra della crispella e delle mezze maniche al tartufo 
La passera... 'Mbriaca 
Sagra dei vincisgrassi
Festival mondiale delle olive all'ascolana
Sagra delle tagliatelle ai frutti di mare e pesce fritto
Sagra bistecca spiedino castrato
Sagra della grigliata
Stornelli marchigiani e bistecche sotto le stelle 
Birra d'augusto

Wednesday, July 05, 2017

Genova.

di Chiara Boscaro

Bogliasco.
Lo ammetto. Io sottoscritta, consorella Chiara, sono visceralmente innamorata degli acquari. Grandi, piccoli, d'acqua dolce e salata, quasi pozzanghere o enormi tunnel trasparenti. Sarà colpa del periodo di servizio civile in un parco naturale pieno di laghetti, sarà che in casa ce n'è sempre stato uno, sarà che il blu è un colore che mi affascina, sarà che il corso di sub non è stato proprio un successone, ma all'Acquario di Genova stavolta ci volevo proprio andare. E invece no. Non si può. Una promessa è una promessa, sarà per la prossima volta.
Siamo a Genova per il 19° SUQ Festival, co-produttore e sede del debutto nazionale di DEUTERONOMIO pentateuco #5. Il tema, quest'anno, è "Il viaggio e la sosta" e l'ultimo monologo del progetto Pentateuco, dopo tre anni di studio matto e disperato, vedrà la luce su una delle terrazze del Museo Luzzati a Porta Siberia. All'arrivo il SUQ ci accoglie come un'oasi d'ombra in uno dei pomeriggi più caldi di sempre, tra spezie, cucine d'ogni angolo del mondo, tappeti e meravigliosi progetti, un'isola di colori tra il bianco del Porto Antico e il torpore dell'acqua.
Il Museo Luzzati.
Il SUQ è il posto giusto per chiudere (e rilanciare) il progetto Pentateuco. Genova è la città giusta, con i suoi vicoli, il suo viavai, le sue contraddizioni. Non sarà una fine, solo una sosta prima di continuare il nostro viaggio. Carla, Rosalba, Elisa, Marco, Alberto... tutta l'organizzazione del festival ci coccola. La sera mangiamo tra le bancarelle del SUQ, provando piatti da mezzo mondo: Messico, Senegal, India... Marco e Giovanni si concedono anche un piatto di Stroncatura Calabrese – si chiama davvero così – ma questa è un'altra storia.
Al festival ci sono anche i nostri amici del Teatro dei Borgia che presentano la loro Medea. Lo spettacolo si svolge su un furgone per 7 spettatori per volta. Tutti ci dicono che è bellissimo, ma noi  - come al solito – non abbiamo prenotato e non riusciamo a vederlo. Per fortuna lo spettacolo sta girando e ci sarà modo di intercettarlo in giro per l'Italia. Recuperiamo con una cena insieme parlando di teatro, di complanari, di controviali e della provincia di Barletta, Andria e Trani, detta anche BATPROVINCIA (questa è di Marco, si sappia che io mi dissocio).
Altarini.
A dormire siamo in un posto molto carino a due passi dal porto. The hostel – Abbey, si chiama. Frequentato perlopiù da backpackers impegnati in Grand Tour di ottocentesca memoria. Accogliente, economico, cucina attrezzata e staff molto gentile che ci consiglia la spiaggia più vicina dove passare un paio d'ore a mollo tra una replica e l'altra. Dove? A Bogliasco, 20 minuti di treno dalla stazione di Genova Principe. E la caletta merita,  anche se nel weekend deve trasformarsi in una vera bolgia infernale. Della città invece non facciamo in tempo a vedere molto, siamo troppo impegnati a recuperare pezzi di attrezzatura che puntualmente dimentichiamo in ostello. E pensare che è lo spettacolo scenicamente più semplice del progetto... 
Però, tra un passaggio e l'altro, riusciamo a stupirci davanti al Neptune, il galeone attraccato al porto. Nei precedenti passaggi genovesi l'abbiamo sempre snobbato un po', ma il confratello Giovanni ci rivela che è quello utilizzato nel film Pirati di Roman Polanski: rimane una carnevalata un po' kitsch, ma con una storia da raccontare... la nascita in Tunisia, le riprese del film, l'approdo trionfale al Festival di Cannes nell''86, il riciclo come set per una serie televisiva su Peter Pan e ora la pensione (e verniciatura) dorata...
E poi... poi c'è la focaccia. E il cous cous. E i pasticcini libanesi. E il mafé senegalese. E lo zenzero. E la birra. E la musica. E il teatro. E la sosta. E il viaggio che riprende.
A presto, SUQ Festival!

Wednesday, May 31, 2017

Di Mantova, sbrisolone, mostarde e tesine di maturità.

di Diego Runko

Ci sono città che uno si vergogna di non aver mai visitato. Specie se poi, una di queste città, si trova a meno di due ore di macchina dal vostro luogo di residenza degli ultimi anni. 
La sbrisolona.
Mantova è, senza dubbio, la regina di queste città. 
Qualunque cosa ne dica un nostro amico attore che ci vive, e che si lamenta del fatto che “a Mantova non accade mai nulla”. Può darsi. In ogni caso, anche se così fosse, credo che a Mantova non accada nulla perché già troppo vi è accaduto in passato. 
Arrivarci in macchina è spettacolare. Percorrete una striscia di terra in mezzo ai suoi laghi godendovi una vista unica della città. Consiglio spassionato, che hanno dato anche a noi, ma a poco è servito perché il navigatore ci ha fatto fare un’altra strada. Belli i tempi in cui si viaggiava con le mappe in mano.
Arriviamo all’Albergo di fronte alla Stazione in tempo utile per organizzarci e partire alla volta del Teatro Spazio Studio Sant’Orsola. Una volta arrivati veniamo accolti da volti sorridenti e da una sbrisolona a testa. È così che iniziano le grandi imprese.
Io rientro in albergo a dormire, reduce dalla trasferta istriana. Marco e Chiara rimangono a teatro a montare. Lo scrivo solo per evidenziare il mio spirito di sacrificio per la Confraternita e i confratelli.
La sera andiamo in scena. Allo spettacolo assistono anche una ventina di ragazzi delle superiori che fanno parte di un progetto di critica teatrale giovanile. Un tentativo concreto di formazione del pubblico. Una delle idee migliori che mi è capitato di vedere in giro per l’Italia negli ultimi anni. Ci facciamo una chiaccherata divertita e commovente con i ragazzi, a cuore aperto e mente ancora calda da quello che hanno appena visto. Adoro queste occasioni di contatto diretto con il pubblico.
Post spettacolo veniamo accompagnati al ristorante Giallo Zucca, uno di quei posti di cui ti innamori appena ci entri. Per il cibo. E per la gentilezza e la simpatia di proprietario e camerieri. Quando chiediamo altro vino ci portano da finire tre o quattro bottiglie di rosso. Insomma, l’idea che uno ha del Paradiso, giusto?
Il secondo giorno di permanenza, e replica, approfittiamo per andare a fare i turisti in giro per la città. Siccome il tempo a disposizione, come sempre, è quello che è, decidiamo di rimandare a un’altra volta la visita di Palazzo Te e ci incamminiamo verso il centro.
Proviamo a chiedere quanto ci vuole a visitare Palazzo Ducale, ma la risposta della bigliettaia ci scoraggia. A questo punto, quando ormai solo i tortelli di zucca e un buon bicchiere di rosso possono dare un senso al soggiorno mantovano, ci avventuriamo in una visita veloce al Palazzo della Ragione, che con i suoi orologi, ci apre un mondo parallelo e affascinante. 
Da lì ci dirigiamo al Teatro Bibiena, uno di quei gioielli dell’arte italiana che non si possono spiegare a parole, bisogna viverli. Basti dirvi che Mozart ci suonò a 14 anni. 
Il Teatro Bibiena.
Prima di tornare a teatro per la replica pomeridiana ci fermiamo a comprare la mostarda (rigorosamente di mandarini e rigorosamente super piccante) e a mangiare i tortelli. E a bere un bicchiere di rosso. Quando vi parlano di training attoriale sappiate che io è questo che intendo.
Se questo post del blog fosse un film a questo punto ci sarebbe una schermata nera con scritto: tre mesi dopo...
Una ragazza mi contatta su Facebook dicendo di aver fatto parte del gruppo di adolescenti che hanno visto ESODO pentateuco #2 a Mantova. Dice che, dopo aver visto lo spettacolo, è stata molto colpita dalla mia storia personale e che ha deciso di scrivere la propria tesina di maturità sul tema del confine. Mi chiede di scriverle un intervento da inserire nella tesina.
Ora, nonostante il tono ironico che ho tenuto spesso in questo post, vi assicuro che nelle prossime frasi sarò profondamente serio. Mi capita tante, tantissime volte, di chiedermi se il mio lavoro di autore e attore teatrale abbia un senso e se serva a qualcosa. Non trovo mai, davvero, una risposta a queste domande. Ma richieste come quella di questa ragazza mi danno conforto. E gioia. E per uno che nella vita di certo non salva vite umane, ma cerca di trasmettere agli altri delle emozioni e qualche spunto su cui riflettere, direi che può bastare. 

Sunday, April 09, 2017

Parigi.

di Chiara Boscaro
La Butte aux Cailles.
Dove si parla di campagne elettorali, di mercati bellissimi, di quartieri dove abitare (avendo i soldi), di prossimi progetti, di teatri con il metal detector, ma soprattutto di come riuscire a non mangiare mai cucina francese in Francia.
Non è vero.
Il bello delle capitali europee, dal punto di vista mangereccio, è che si può onorare ogni pasto in una nazione diversa. Pranzo in Cina, cena in Perù, spuntino in Ghana... ciò che distingue Parigi dalle altre capitali europee sono le boulangeries. Impossibile non vederle, assurdo non essere attratti da quei profumini burrosi, da pazzi sottrarsi alle viennoiseries. Croissant au beurre, pain au chocolat, pain aux raisins, pain suisse. E poi c'è il pane. La baguette, con il suo bel concorso che porta il miglior panettiere a rifornire per un anno le tavole dell'Eliseo. 
A Parigi stiamo solo tre giorni, io e il Confratello Marco Di Stefano, ma l'agenda è fitta. Tra riunioni per nuovi progetti internazionali, caffè e birre con amici parigini e qualche riposino, però, abbiamo ben tre colazioni da festeggiare. 
La notte siamo alloggiati alla Butte aux Cailles, collinetta sulla Rive Gauche che pare più un villaggio di campagna che un quartiere della movida parigina, ma in posizione strategicamente vicina a L’Essentiel, Brun e Huré, ottime boulangeries che risolvono anche il problema del pranzo: il piatto tipico parigino (a detta dei parigini stessi) è la baguette jambon beurre - che non è un nome in codice, è proprio una baguette farcita con burro, formaggio e prosciutto cotto.
La Cartoucherie.
Per la sera, sarà la fortuna a guidarci. Una tappa doverosa alla Cartoucherie per Une chambre en Inde di M.me Mnouchkine ci porta alla scoperta di zuppe indiane al cocco e meravigliose bevande allo zenzero. La ricetta? Grattugiare lo zenzero fresco, farlo bollire in acqua, far raffreddare, aggiungere succo di limone, menta fresca e zucchero di canna. Pare semplice, ma il segreto che non siamo riusciti a svelare sono le quantità. Perché il diavolo sta nei dettagli.
La fortuna ci porta anche alla Chinatown del XIII arrondissement, non al baracchino che offre baguettes ripiene di involtini primavera bensì da Le Bambou, dove ci consigliano il NEM NƯỚNG, piatto di polpette di maiale, vermicelli di riso, verdure e menta fresca da confezionare in fogli di pasta di riso e intingere in una salsina non tracciabile. L’hanno consigliato a noi, e noi lo consigliamo a voi.
Il turismo invece non ci arride. Visitiamo solo Saint-Sulpice, la seconda chiesa della città per grandezza, che con la sua meridiana a obelisco è stata immortalata ne “Il Codice Da Vinci”, e ne apprezziamo molto la cappella completamente affrescata da Delacroix. Tentiamo una puntata al Jardins des Plantes, l’orto botanico (ho il feticcio dei giardini botanici) e manchiamo la primavera di qualche giorno, trovandolo tristemente ancora spoglio. Ci sarebbe parecchio da vedere, tra le serre, la galleria dell’evoluzione, le sculture, gli animali, ma il Flixbus ci aspetta per il ritorno. 
Non prima di un ultimo felafel.

Saturday, March 11, 2017

Roma.

I tramonti ai Fori.
di Chiara Boscaro

Ah, la Città Eterna.
Ah, la Dolce Vita.
Ah, il fontanone.
Ah, i tramonti ai Fori.
Ah, i debutti a Roma.

Per me e Marco Di Stefano questa volta la Capitale è gioioso motivo di gita. È la fine di gennaio, ci sono dieci gradi in più che a Milano, il sole splende e abbiamo ben due giorni per passeggiare tra capolavori della storia dell’arte e trattorie famose in tutto il mondo dello spettacolo nazionale. Il 31 debutta al Teatro de’ Servi Bedda Maki, una commedia che abbiamo scritto insieme e che ha vinto il concorso “Una commedia in cerca di autori” (la regia è di Roberto Marafante, la produzione de La Bilancia). Il Teatro de’ Servi è dietro la Fontana di Trevi proprio come si dice, e noi siamo parecchio curiosi del riscontro del pubblico romano, più avvezzo (pare) alla commedia brillante rispetto agli spettatori milanesi. Per sedare l’ansia da prestazione ci sottoponiamo a un programma serratissimo di attività ludico-ricreative. 
In agenda abbiamo le solite cose del turismo romano:
L’hammam. Da AcquaMadre, con tanto di sapone nero e scrub con la striglia dei cavalli. Ci ritroviamo spellati e rossi come fichi d’india su una bancarella a Bari vecchia.
Il sushi. Di Daruma, compreso nel biglietto per la prima di Bedda Maki.
Il whiskey più buono del mondo. O così ci dicono. Un liquore giapponese effettivamente ottimo che sorseggiamo a caro prezzo in un bar di Campo De’ Fiori.
L’hamburger di ceci con cicoria ripassata e peperoncino da Fonzie The Burger’s House, al ghetto.
E poi esperienze più inusuali come:
Il carciofo fritto. Provato con metodo comparativo Da Francesco e da Sora Margherita.
La pizza romana al Forno di Campo De’ Fiori.
Una passeggiata digestiva sull’Aventino, dalla fermata della metropolitana Piramide su su fino al famoso buco della serratura dei Cavalieri di Malta, e poi Santa Sabina all’Aventino, il Giardino degli Aranci, il roseto di Roma Capitale, e poi giù giù fino al Circo Massimo, la Bocca della Verità, Santa Maria in Cosmedin, i Fori Imperiali e il Campidoglio.
Non riusciamo a entrare a San Luigi dei Francesi, ma solo perché ci passiamo sempre dopo le dieci di sera.
I debutti a Roma.
È una gitarella, niente di più. Ci vorrebbero settimane per esplorare la Capitale, amarla, arrabbiarsi, stupirsi di tutto quel cielo sopra la testa, fare un giro sul Grande Raccordo Anulare, capire la Metro C... ma purtroppo siamo milanesi,e il dovere ci richiama all’ordine. Sarà per un’altra volta.
P.S. Il pubblico romano il Bedda Maki l’ha gradito. Fiuuuu.

Thursday, February 09, 2017

Polistena.

di Marco Pezza

Gennaio 2017: La Confraternita del Chianti giunge per la prima volta in Calabria. Siamo qui per due motivi: tenere un laboratorio su Goldoni e portare in scena La Bottega del Caffè nel piccolo (ma efficiente) comune di Polistena.

Prima ancora di partire il suo nome mi evoca suggestioni da Magna Grecia, con miti e titani, dèi e mostri come Medusa la Gorgone.
Auditorium Comunale di Polistena (RC).
Polistena potrebbe benissimo essere una dea bellissima, punita da Atena per la sua bellezza, e incastonata nelle rocce del massiccio montuoso dell’Aspromonte, altro nome perfetto per una saga tipo “Il signore degli anelli”. Polistena, dalla sua prigione di roccia, canta le sue pene d’amore per il suo amato Antidoto, altro nome che apre a un altro immaginario ancora, figlio del vento e della spuma di mare. Polistena e Antidoto si amano ma non possono incontrarsi perché lui, in base alla sua contraddittoria natura, è il veleno per la sua amata che lo brama e lo piange come causa e cura del suo stesso mal d’amore. Solo il vento porta a Polistena le parole di Antidoto, ma nulla più. Polistena non è sul mare e il loro incontro resta per sempre impossibile, finché Zeus, commosso da tanto patire, concede loro di congiungersi solo quando la terra si squarcia e il terremoto fa distrarre Atena dalla sua gelosia. 
Questo mi sono immaginato riguardo al nome del posto in cui siamo approdati.
Ho poi letto qualcosa su Polistena e tra i cenni storici sono riportati quattro terremoti: quello disastroso del 1783, del 1894, del 1905 e l’ultimo del 1908 quello di Reggio Calabria e Messina. È stato come se la realtà -la natura- avesse suffragato la mia immaginazione e quasi mi sono sentito in colpa.

Il monumento all'emigrante.
All'atterraggio ci aspetta Andrea Naso di Dracma Teatro, di cui vi parlerò fra poco. La cosa che subito mi colpisce è l’odore di camino, dall’aeroporto di Lamezia Terme fino a Polistena, l’aria è intrisa di legna arsa, rami e ceppi bruciati per scaldare e per cucinare. Non aggiungo altro ma da buon nordico milanese, con una scarsa conoscenza del bellissimo meridione italiano, tutto mi aspettavo tranne che la Calabria ci desse il benvenuto con l’odore di camino.

Chi ci ospita e coccola è compagnia Dracma, centro sperimentale di arti sceniche che produce spettacoli, organizza stagioni e festival, gestisce residenze artistiche, forma pubblico, concorre per bandi e progetti di grande interesse sociale e culturale, insomma una realtà combattiva e fiera sostenuta da un comune virtuoso che ai miei occhi si distingue come un’oasi felice in una regione problematica come la Calabria.

La tipica ospitalità calabrese non tarda a manifestarsi e dopo aver messo i bagagli in stanza, veniamo condotti da Tirovino, ristorante elegante e con staff cortese e premuroso, dove veniamo rimpinzati con antipasti caldi e freddi, piccanti e dolci, primi e secondi di mare e monti, vino, caffè e amari. Una valanga di sapori! Ok, ora so cosa dire sull’ospitalità calabrese. Pancia piena e tutti a nanna.

Il venerdì si fa la generale, con due o tre filate per la memoria, e poi alle 21:45 “chi è di scena!”. La replica scorre via liscia, come un meccanismo rodato e ben oliato. Tra l’altro Giulia Versari, nostra attrice-neomamma, torna a calcare le scene, dopo la maternità, nella sua terra d’origine (materna). Oltre al pubblico del posto, c’è anche un nutrito gruppo di spettatori di Galatro, paese della nostra Giulia che, nel doppio ruolo di Lisaura/Placida, ci regala una performance davvero sentita e coinvolgente. Tanti applausi, tanti complimenti e tante coccole. 
“Che si fa?” “Si va a mangiare!” 
Questa volta tocca a La Cantina dell’Orologio, dove ci fanno assaggiare la “stroncatura” - ottimi spaghettoni conditi con capperi, olive, olio, aglio, acciuga, peperoncino e mollica - e l’unica vera porchetta di Ariccia. “Non voglio andare a dormire”, “Ne vorrei ancora” “Domani ci dobbiamo alzare” “Un giro di amari e via, che ne dite?”

Il giorno dopo c’è la sveglia infame e assassina per la matinée scolastica delle 9:30... Il sacrificio è ripagato dal calore e dalla partecipazione dei ragazzi, perfetto epilogo per questa piccola e preziosa avventura. La loro standing-ovation ci ripaga di tutte le fatiche affrontate per creare la nostra La bottega del caffè.
Applausi!
Grazie ragazzi! Grazie Polistena! Grazie Compagnia Dracma!

Rubo le parole del regista e autore della nostra compagnia, Marco Di Stefano, che sono perfette per l’occasione: 
“Chi ci accoglie è la Compagnia Dracma nella residenza del Bello perduto, (a quanto pare qui i nomi e le formule evocative sono la norma, lo aggiungo io), per un laboratorio su Goldoni e due repliche della nostra La Bottega del Caffè prodotta dal Teatro della Cooperativa. Sono stati giorni bellissimi dal punto di vista artistico e umano grazie alla serietà e all'impegno di Andrea Naso, Mariella Iannello, Giovanna Surace, Rossella Romeo, Giuseppe Mangeruga e Alessandro Trimarchi. Grazie anche ai ragazzi che hanno seguito il laboratorio con entusiasmo e soprattutto pazienza per le mie digressioni in calabrese inventato. Seguite il lavoro di questa bellissima residenza, ne vale la pena.”

Alle 19:00 di sabato sono di nuovo a Linate. 
Niente odor di camino, solo pm10 e un po' di scighera.
Per tutto il resto, ci si aggiorna al prossimo viaggio.

Monday, January 02, 2017

Scrittori Scritture e Esodo in Castello.

di Diego Runko

Scrittori e scritture in Castello.
Qui si narra di una grande idea, di un’eccellente organizzazione e di una realizzazione molto molto ben riuscita.
Leggenda vuole (leggo dal loro sito) che nel 2012 Alessandro Di Pauli e Anna Gubiani, due autori friulani formatisi rispettivamente in Spagna e Germania, decidano di dare vita a un progetto di nome Mateârium, un laboratorio permanente di drammaturgia nella loro terra d’origine.
Fin qui nulla di cui stupirsi. O forse tutto. 
Considerando che la loro terra d’origine è terra friulana, orgogliosa e concreta, più abituata a cose pratiche che a idee apparentemente astratte.
A seguire, il colpo di genio. 
La creazione del Numero Verde Drammaturgia, una sorta di pronto soccorso per autori nel pieno del dramma. Il telefono azzurro degli autori. 
Applausi a scena aperta. 
Dicevamo, Alessandro e Anna creano Mateârium e, grazie al sostegno organizzativo di collaboratori e amici d’infanzia dell’Associazione Servi di Scena, danno vita alla Rassegna di drammaturgia contemporanea Scrittori e scritture in Castello.
Il Castello in questione è quello di Ragogna, che forse non avrà il pregio di essere del tutto antico, ma di certo domina il paesaggio circostante con una certa spettacolarità.
Giulia Tollis, autrice di queste terre, collaboratirice di Mateârium e da anni ormai amica “milanese”, è la nostra porta d’accesso per qualche giorno in questo paradiso.
Il Castello di Ragogna.
In pausa pranzo i ragazzi ci offrono prosciutto San Daniele, formaggi e vino in cima alle mura. 
Standing ovation. 
Il pomeriggio e il giorno dopo, con una vista sul Tagliamento che toglie il fiato, Marco e Chiara tengono un laboratorio di drammaturgia. Gli allievi sono numerosi e di tutte le età.
Io passo il tempo a rilassarmi e tenere allenata la memoria. La sera andiamo in scena con ESODO pentateuco #2 in una cornice unica. 
Il pubblico è vicino e respira insieme a me. 
La sera andiamo a mangiare. Di per sé basterebbe questo per essere felici. Se poi ci aggiungete che mangiamo cibo bavarese in una cornice bavarese bevendo birra bavarese direi che ho già detto troppo. 
Estasi.
Un po' di bibliografia.
Il giorno dopo il mitico Davide Passera, prima di accompagnarmi in stazione a Udine per il rientro mi porta in uno dei prosciuttifici migliori di San Daniele.
Rimango impressionato da una via intera costeggiata di prosciuttifici. Uno di fianco all’altro. Per chilometri. Salgo sul treno con la borsa piena di San Daniele stagionato, Montasio e trota affumicata. 
Sipario.
Applausi.


(Riapro uno spiraglio di sipario solo per segnalarvi che Alessandro Di Pauli è anche uno degli inventori di Felici ma Furlans
Se non sapete cos'è, scopritelo.)